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happiness in intelligent people is the rarest thing I know

forma mentis
in coma è meglio
malvino

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The Jimi Hendrix Experience - Stone Free, Royal Albert Hall, 24 Febbraio 1969

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2040

«Cosa stai facendo, Simonetta Fiori? Sei imbarazzata, come i bambini ai funerali, che non sanno dove guardare e cominciano a fissare ogni dettaglio? Oppure lo stai facendo apposta: ci tieni a far notare che Magri, già fondatore del Partito di Unità Proletaria per il Comunismo, sarà anche stato depresso, ma aveva ancora la possibilità di farsi mescere dei Martini come si deve? Cosa mi vuoi dire, esattamente?

Che non è vero che era depresso, cioè era depresso allo stesso modo in cui poteva definirsi Proletario per il Comunismo uno che si fa servire il Martini nel bicchiere a cono dalla cameriera sudamericana: uno che da giovane fregava o si faceva fregare le ragazze da Guttuso, uno che nell’Italia fervida dei ‘60-‘70 si è inventato il mestiere di rivoluzionario parlamentare e gli è andata, diciamolo, alla grande? Ma se capisco così, ovviamente, è tutta colpa mia; […]

Secondo me suicidarsi non è un diritto, è qualcosa che viene addirittura prima del diritto: è una possibilità che ti porti con te per tutta la vita, al di là del fatto che la società te la riconosca o no. È un balcone che dà sulla tua stanza per tutta la vita: ogni giorno che vivi, hai deciso di viverlo, hai scartato l’alternativa. Può darsi che tu sia un asociale se vuoi suicidarti; può darsi che le tue ragioni (“sono depresso”) siano solo scuse; non importa. In realtà non dovresti nemmeno cercare delle scuse. Il mio suicida ideale non chiede scusa a nessuno e non vuole le scuse di nessuno. Il mio suicida ideale non si suicida perché soffre, o è depresso, o frustrato: si suicida perché ne ha voglia, si suicida perché può. Prima della società, coi suoi doveri e i suoi diritti, c’è il corpo, e il corpo è tuo. Devono metterti in una cella, toglierti la cintura, limarti le unghie, nutrirti a forza: a quel punto forse il corpo smette di essere tuo.

Di solito quando pensavo al suicidio pensavo a queste cose, molto astratte come si vede. Invece ultimamente mi è capitato di pensarci più concretamente – non preoccuparti mamma – per via che guardo troppi telegiornali e insistono molto sul fatto che io a settanta, forse anche settantacinque anni, dovrei essere ancora sul mio luogo di lavoro. Io poi lo amo il mio lavoro, e un giorno forse chissà, il mio amore mi corrisponderà – però onestamente, pensare di essere ancora lì tra quarant’anni, con marmocchi dotati della stessa energia, ma meno decifrabili, i nipoti di quelli che ho adesso – uno comincia a fare pensieri molto più concreti, del tipo: è meglio alla tempia o in bocca, la rivoltella? E dove me la procuro? Ma posso ottenere un porto d’armi se ho fatto obiezione di coscienza… e così via. Credo sia così per molti; credo che la questione generazionale, in Italia, potrebbe risolversi con un’epidemia di suicidi grosso modo verso il 2040»

leonardo

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Idealismo o realismo

«the idea of sacrificing yourself to save humanity is very seductive to certain types of individuals. Probably instead of saving the world it is often wiser to learn to live in it. The latter is also more difficult»

Dr. Nikolai Bezroukov

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Naturale

Galileo

«Armando Matteo è prete, ma riesce a fare una riflessione abbastanza onesta sullo stato della fede in occidente, involontariamente: “Il passaggio da un fede trasmessa con il latte materno a un fede che ora è sempre più, ma per sempre meno persone, oggetto di una scelta non scontata è l’indice più forte di un cambiamento radicale – l’avvento della mentalità postmoderna – che ha investito il cristianesimo occidentale, nell’ultimo secolo e mezzo” (Avvenire, 25.11.2011). Riflessione abbastanza onesta, dicevo, perché Armando Matteo è pur sempre un prete e un minimo di disonestà gli è inevitabile: “il latte materno”, infatti, è figura retorica che sta per il mostruoso apparato che fino a un secolo e mezzo fa non dava alcuna possibilità di scelta. L’onestà sta nell’ammettere, anche se implicitamente, che quando non viene imposta, e fin dalla nascita, la fede cristiana va incontro a qualche problemino: nella libertà di scegliere, quella del cristianesimo smette di essere una scelta “scontata”, e perciò è fatta da “sempre meno persone”.
Cosa ha scristianizzato l’occidente, dunque? La libertà di scegliere. Non è un caso che il cristianesimo si sia fatto forte eliminando eresie (airesis = scelta) e abbia cominciato a indebolirsi quando si è affermato il principio della libertà religiosa: quando l’ha fatto suo, la sua crisi è diventata irreversibile. È bastato, così, che si inceppasse il meccanismo che per secoli ha reso impossibile scegliere tra una fede e l’altra, o addirittura di rifiutare ogni fede, e il cristianesimo ha rivelato il suo punto debole, che poi è lo stesso di ogni altro credo: senza un meticoloso lavoro di manipolazione delle coscienze, tanto più efficace quanto più precocemente è messo in pratica, i contenuti della fede non hanno la buona presa che ci si attenderebbe in virtù della loro dichiarata “naturalezza”. Al pari di tutto ciò che solitamente ci viene spacciato come “naturale”, credere è un prodotto “culturale”, come tale destinato ad esser messo in discussione quando gli vengono meno gli strumenti per conservare la sua egemonia»

malvino

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Siamo milioni, pronti a difenderci da mondi lontani

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Quando gli uomini si ingroppavano le pecore

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Alex Zanardi

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Arcangelo Corelli, Concerto grosso N. 4 in Re maggiore (I)

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